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Il web 2.0 sbarca nella PA
07/01/2010 - Conosciamo Power, il progetto coordinato dal Comune di Bologna e partecipato dai Comuni di Ferrara, Modena, Piacenza, Reggio Emilia e dall’Ente Regione Emilia-Romagna.
Parliamo di Power, un nuovo progetto creato con lo scopo di offrire nuove opportunità alle pubbliche amministrazioni per arricchire e potenziare i siti cosiddetti istituzionali, che forniscono informazioni e servizi digitali, utilizzando gli strumenti del web 2.0. Chi meglio della project manager Leda Guidi può aiutarci a conoscere da vicino questo nuovo strumento di Partecipazione, a cominciare dai presupposti che hanno animano l’intero progetto.
Qual è stato il punto di partenza del progetto Power?
“Il progetto è nato dall’esigenza condivisa delle amministrazioni, che vi hanno preso parte, di avviare e sviluppare assieme una sperimentazione tecnologica e organizzativa di nuove modalità produttive, redazionali e di comunicazione sui portali istituzionali attraverso l’applicazione di strumenti del web partecipativo e sociale. Questo per mettere in valore – in un contesto “pubblico” e istituzionale - gli aspetti tipicamente “bottom up” nella produzione di contenuti condivisi, i cosiddetti “user generated contents”, e quello della partecipazione e della creatività sociale diffusa. I concetti di “sito/portale istituzionale” e di “rete civica” (piattaforma web 2.0 ante litteram ai tempi del primo web 1.0!), trovano nel nuovo modello di comunicazione immaginato da Power una virtuosa complementarietà e mescolanza, soprattutto in contesti territoriali e locali dove le comunità degli utenti funzionano da intelligenza collettiva, da “motore” dell’informazione e della cooperazione”.
Sappiamo che la piattaforma per sviluppare i primi servizi di web 2.0 è stata creata: siete già partiti con le prime sperimentazioni? E come
“Le prime sperimentazioni sono state fatte tra aprile e maggio e hanno dato risultati soddisfacenti, sia per i preziosi feedback ricevuti dagli utilizzatori/produttori utili alla messa a punto degli aspetti funzionali e comunicativi, sia per gli elementi di ‘criticità’ emersi da gestire e governare nella fase di rilascio del servizio maturo. I problemi ancora aperti alla ricerca di soluzioni efficaci per le Amministrazioni e per gli utenti si riferiscono soprattutto a nuove modalità di back-office da “inventare”, a flussi di contenuti provenienti da fonti diverse, non istituzionali, da consolidare, a processi di validazione da attivare che sappiano coniugare e rendere complementari, arricchendoli reciprocamente, informazioni istituzionali e della/dalla comunità. Sono molte le pubbliche amministrazioni, in Italia e nel mondo, che si stanno misurando con il nuovo paradigma relazionale (ma anche economico e sociale) del web 2.0, con alterne fortune e diversi gradi di accettazione da parte del mondo internet: in effetti siamo ad un svolta nel modello di comunicazione che da distributivo/broadcast diventa interattivo/networked. La ricerca di un approccio web 2.0 alla progettazione delle presenze e degli spazi on line delle PA ci conduce alla convergenza e alla ibridazione sui portali web istituzionali dei saperi, del capitale sociale e delle competenze patrimonio dinamico della comunità con quelle certificate e “formali” delle fonti istituzionali. Tutto questo presenta grandi “chances”, ma, come è ovvio, anche qualche rischio da non trattare frettolosamente ma con consapevolezza, rigore e – insieme - apertura al nuovo. Nell’ambito del progetto Power abbiamo insieme cercato di farlo sviluppando applicativi idonei, linee guida e approfondimenti giuridico-istituzionali”.
Web 2.0 e partecipazione: qual è il filo che unisce le due entità?
“Il cittadino chiede sempre più coinvolgimento nella gestione della “cosa” pubblica e nelle scelte politiche: le nuove tecnologie, la multicanalità e la dimensione elettronica possono essere strumenti per dilatare, rinnovare lo “spazio pubblico” e per sollecitare al dialogo e alla partecipazione civica nuove fasce di popolazione che frequentano e usano il web sociale con naturalezza nella quotidianità, ma magari non nell’interazione con le istituzioni e nell’esercizio dei diritti democratici. I “nativi digitali” non conoscono quasi l’esperienza della separazione tra lo stare in rete, sui social networks (al computer, sul cellulare, sul palmare…), e lo stare fuori dalla rete, nel mondo…i due luoghi sono l’uno il prolungamento dell’altro, due aspetti della vita individuale e collettiva. Il vecchio “mito negativo” di internet come luogo di isolamento, di alternativa virtuale alla vita reale, di pericolosa fuga dagli altri è stato surclassato da quello recente dell’ipersocialità, della sovraesposizione sul web di individui e gruppi che diventa la registrazione ostentata, cercata dell’essere visibili, insieme momento per momento. Solitudine? Horror vacui? Ricerca dell’esibizione? Sono su facebook quindi esisto? Lascerei a sociologi e psicologi dei comportamenti le interpretazioni di fenomeni così complessi e polivalenti. Mi iscriverei (anche se con qualche cautela e con la certezza che la materia in movimento va indagata e approfondita senza essere ne “apocalittici” né “integrati”) al partito degli ottimisti, di coloro che vedono nell’internet di nuova generazione anche un’opportunità reale per una più ampia partecipazione (on line e off line) ai processi decisionali e all’innovazione nei servizi. I cittadini e i cittadini elettronici possono essere per le Amministrazioni antenne sensibili nella città, protagonisti e co-progettisti, non solo utenti, del paesaggio urbano e del suo sviluppo. Costruire spazi digitali adatti allo scambio, all’interazione e al confronto, che favoriscano appartenenza e collaborazione, usando il web 2.0 e non solo gli ormai classici strumenti dell’e-participation è senz’altro una strada da percorrere”.
Crede che il web 2.0 sia una risposta concreta per diminuire sempre di più la distanza tra il cittadino e
“E’ sicuramente un’occasione da non sprecare perdendosi nella retorica web 2.0, cercando di praticare - con concretezza e assieme visione prospettica – nuovi modi di funzionare, anche in senso psicologico e relazionale – della rete, liberata dei limiti dati dagli ostacoli tecnologici degli applicativi statici, che separavano concettualmente e operativamente il programmatore html dal produttore/pubblicatore. Nel modello partecipativo e sociale i contenuti e i servizi dei siti istituzionali tradizionali (direi quasi “televisivi”, anche se con spazi di partecipazione previsti….) possono, come detto prima, essere integrati dal contributo dei cittadini, singoli e associati, dalle loro segnalazioni, dalle loro opinioni/richieste, e dalla loro attiva e creativa partecipazione ai servizi, alle politiche, e al loro disegno. Le distanze si accorciano, la cooperazione e la fiducia si sviluppano, la condivisione diventa un terreno comune sul quale far evolvere una società dell’informazione e della conoscenza più equilibrata e meno tecnocratica”.
Fabio Campisi




